lunedì 30 marzo 2015

QB

QB.

No, non quanto basta, almeno in questo caso :)
QB sta per Quality Beef, un ristorante in zona Garibaldi a Milano. Siamo stati invitati dal proprietario Giuseppe, qualche giorno fa, a provare la loro cucina.


Il locale ci mette subito a nostro agio, inondato di luce naturale, con un arredamento che ricorda molto le case di campagna; tante sedie colorate, le credenze della nonna sparse in giro, vecchi piatti appesi alle pareti...ecco, tutto contribuisce a farti sentire in un ambiente familiare.

Il pranzo è stato aperto con delle bucce di patate, fritte; che sono buonissime e un'ottima idea per riciclare quello che di solito finisce nel bidone dell'umido. Sono forse anche più buone delle patate...croccantissime, ottime per accompagnare un calice di prosecco prima del pranzo.

Abbiamo poi assaggiato il filetto di angus australiano, grigliato; che dire? Le aspettative sono state pienamente appagate, si sente che la qualità della carne è eccellente e sopratutto cotta nel modo giusto, senza salse o altro che possano coprirne il sapore. Un goccio d'olio, qualche chicco di sale grosso e basta.  
Piccola parentesi. Se seguite il nostro blog avrete visto che di carne non parliamo molto, anzi, raramente. Questo non per qualche scelta alimentare particolare, ma più semplicemente perché siamo del parere che mangiare della buona carne oramai è molto difficile; QB è uno di quei posti in cui sanno che cos'è la carne e la sanno cucinare molto, molto bene. Nessuna cottura lunga o troppi ingredienti che ne possano coprire il sapore. D'altronde la qualità del prodotto è altissima, non avrebbe nessun senso lavorare troppo la materia prima.
























































Ovviamente ci sono molte altre proposte, tra cui gli hamburger. Ci hanno anche fatto assaggiare l'hamburger gourmet; sempre carne di angus, insalata, pomodoro, senape e brie, racchiusi in un panino, accompagnato da rondelle di patate (non utilizzano solo le bucce allora...).
Il pane dell'hamburger, e quello che viene servito in tavola, arrivano dal panificio di Davide Longoni; pane come lo si faceva una volta, lievitazione lenta, da pasta madre, con l'uso di farine biologiche macinate a pietra. Insomma, Giuseppe ci tiene a che tutto sia di alto livello, lo capiamo anche leggendo i menù. Sì, perché per il pranzo c'è una lista di piatti che cambia tutti i giorni, mentre la sera viene proposto un menù più strutturato, dove la carne è la protagonista, senza però dimenticarsi di chi non ne mangia, quindi anche un'ottima scelta di piatti vegetariani.

Ma il dolce? Bhe, ovviamente non poteva mancare :)
Il loro cavallo di battaglia è la cheesecake, che non abbiamo assaggiato, ma ci crediamo sulla fiducia, visto i piatti proposti prima. Non l'abbiamo provata perché in tavola è arrivata la colomba, che durante il periodo di Pasqua viene proposta ai clienti.
Noi in realtà volevamo la cheescake, perché la colomba ci sembrava una cosa abbastanza ordinaria...nel senso, la potevamo mangiare tranquillamente anche a casa.
Errore.
Giuseppe non poteva farci assaggiare una colomba qualunque, e forse lo avremmo dovuto capire; questa è una produzione di un altro dei fratelli Longoni. Un impasto profumato alla vaniglia, con amarene intere al posto dei canditi...lo sapete che noi siamo per i dolci tradizionali, ma fatecelo dire, le amarene nella colomba sono meravigliose.
La cheesecake dunque è rimasta sul menù, eravamo veramente pieni; saremo costretti a tornare ad assaggiarla, magari al brunch della domenica :)

martedì 24 marzo 2015

I Toast di Joe Toastino_Pere, Formaggio e Spinaci

Come diceva il proverbio?

Non far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere.
Ecco, noi non glielo facciamo sapere, ma con voi questo segreto lo condividiamo volentieri :D
L'abbinamento frutta e formaggio è tra le cose che ci piacciono di più, non potevamo quindi non usarla per uno dei nostri toast; non ci siamo però fermati a quello. Ci avanzava un pugno di spinaci dalla zuppa che vi abbiamo proposto qualche giorno fa; ci hanno messo veramente poco a finire nel ripieno.
Quindi pere, formaggio (noi abbiamo usato quelo di capra), spinaci e pane. Sì, ma quale? La ricetta è sempre la stessa, quella del primo toast. Solo che nell'ultimo passaggio, quando si stande l'impasto prima dell'ultima lievitazione, lo abbiamo spalmato con del miele, inserito una manciata di uvette ammorbitite in acqua e poi arrotolato il tutto e rimesso a lievitare.
Le uvette e il miele lasciano quella nota di dolce che si sposa perfettamente con il sapore deciso del formaggio di capra; noi vi avvisiamo, questo toast crea dipendenza ;)




Sciacquare gli spinaci, asciugarli bene e poi farli saltare velocemente in una padella con un goccio di olio, fino a che non sono appassiti, ma ancora croccanti; salare e papare leggermente e tenere da parte.
Sbucciare una pera, tagliarla a fette di circa 3mm e farla saltare nella padella dove sono stati fatti cuocere gli spinaci.
Prendere una fetta di pane, stenderci gli spinaci, poi il formaggio tagliato a fette di 5 mm circa, le pere e finire con un'altra fetta di pane.
Far dorare in padella , premendo bene con una paletta, fino a che il formaggio non inizierà a sciogliersi e il pane a dorare.

lunedì 23 marzo 2015

Taccuino di viaggio_Porto





Saudade.

Se ci chiedessero di descrivere con una parola Porto, noi useremmo saudade; che in realtà indica più uno stato d'animo, ovvero malinconia, nostalgia. Questo ci ha trasmesso la città. Ma attenzione, non lo stiamo dicendo in senso negativo, tutt'altro; è una città magica, bellissima, fortemente legata al passato, quasi sospesa nel tempo.
Ci siamo stati a inizio febbraio; partiti da Milano con la neve e atterrati con il sole, cielo blu che più blu non si può e 15 gradi. Insomma, praticamente primavera.


Arriviamo dunque in tarda mattinata, dopo ritardi vari ed eventuali con il volo; siccome eravamo svegli dalle 3 del mattino la cosa più impellente era trovare del cibo. Ci siamo quindi fermati in un bar vicino al mercato coperto, assolutamente la prima cosa che volevamo vedere a Porto.
E qui apriamo un momento una parentesi sui bar. Sono praticamente tutti rimasti ai tardi anni '70; e questo a noi ha fatto impazzire. Pareva tutto fermo a più di trent'anni fa, gli arredi, i camerieri, la clientela, i piatti...meravigliosamente vintage insomma. Quasi tutti sono divisi su due piani, quello terra dedicato più a uno spuntino veloce; mentre quello superiore è per chi vuole pranzare con più calma, come in un ristorante, ecco.
Per il pranzo va decisamente bene la parte dedicata allo spuntino veloce, o pausa pranzo, che per i portoghesi si apre sempre con la zuppa del giorno, accompagnata poi da un sandwich e una spremuta.

Comunque dicevamo...ci siamo diretti verso il mercato coperto e vicino all'ingresso ci è cascato l'occhio sulla vetrina di questo bar (confeitaira in portoghese, tradotto confetteria, ovvero una sorta di pasticceria con bar), una cascata di dolci strabordanti di crema e panna, ma anche tante proposte salate che non ci hanno lasciato indifferenti. Abbiamo trovato posto in un tavolino in un angolo e ordinato quello che dovrebbe essere il piatto tipico di Porto: la Francesinha.
Non eravamo pronti a quello che ci aspettava; avevamo letto che era un sandwich molto popolare in città, quindi, perché non provarlo? Poi quando ci hanno portato i piatti abbiamo avuto un leggero ripensamento. In pratica si tratta di una fetta di pane in cassetta, bistecca, prosciutto, salsiccia, salsiccia affumicata, altra fetta di pane, formaggio fuso e uovo all'occhio di bue. Il tutto annegato in una salsa alla birra e contornato da patatine fritte. Una cosina leggera insomma.
Nonostanta la fame non siamo riusciti a finirla, veramente troppe cose messe assieme; però è un piatto tipico, va provato. Magari uno in due, ecco.

Pieni all'inverosimile ci siamo diretti quindi verso il mercato coperto.
Che proprio coperto non è. Dall'esterno è un edificio di due piani; all'interno invece è una grande corte aperta su tutti e quettro i lati, con al centro del cortile, delle strutture che ospitano piccoli negozi. Non sappiamo se le impalcature presenti fossero lì per qualche tipo di restauro in corso, oppure montate ed abbandonate. Perchè la sensazione è quella di un edificio lasciato un poco al suo destino; una parte del piano superiore è dedicata principalmente alla frutta e verdura, con qualche negozietto che non si capisce bene che cosa venda. Al piano terra invece si trova un po' di tutto, dagli immancabili souvenir, al panettiere, ai pescivendoli, i macellai e così via.

Non è il classico mercato per i turisti, infatti c'eravamo solamente noi due, tra gli autoctoni, a curiosare in giro. E' uno di quei mercati dove la gente del posto va a fare la spesa, nessuna pretesa (o voglia) di apparire nelle guide turistiche, nessuna merce esposta perfettamente, ordine ce n'è ovvio, ma è tutto molto rustico e rispecchia molto bene quella che è l'atmosfera cittadina. Aleggia veramente quella sensazione di essere in un altro mondo, quando poi incroci la vecchina che ti regala un fiore, così, senza chiedere nulla in cambio, capisci che forse veramente sei in un altro mondo.

Conclusa la parentesi mercato abbiamo iniziato a girare la città nel modo che a noi piace di più. Ovvero casualmente, lasciandoci trasportare da suoni, colori, profumi, dalla gente; certo, la guida la consultiamo per andare a vedere le attrazioni principali. Poi basta, ce la dimentichiamo volutamente in albergo :)
Quello che salta immediatamente all'occhio è lo stato di abbandono di molti palazzi, molto spesso antichi. E non è da imputarsi solamente alla crisi economica, perché molti sono disabitati da decenni.

C'è però un qualcosa che impedisce che vadano del tutto in rovina. Se i piani alti sono disabitati, molto spesso i piani terra ospitano negozi; si tratta di bar o ristoranti (molto, molto vintage) o negozi che in qualche modo fanno si che l'edificio continui a vivere.

Porto non è una città facile da visitare; nel senso pratico del termine perché è tutta salite e discese. Quindi bisogna armarsi di scarpe comode ed essere pronti ad affrontare delle belle scalate; ovviamente i mezzi pubblici ci sono e funzionano bene, ma siamo dell'idea che per visitare al meglio una città la cosa migliore è girarla a piedi...se le distanze lo permettono (comunque vi consigliamo vivamente di usare le vostre gambe, anche solo per smaltire le porzioni giganti di cibo che vengono servite nei ristoranti).

Il cuore vivo della città è sicuramente sul lungofiume, dove scorre il Douro, in corrispondenza del quartiere delle Ribeira, il quartiere più caratteristico di Porto, dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Girare per i suoi vicoli è un'esperienza che va assolutamente fatta; l'atmosfera è magica, le casette color pastello risplendono quando un raggio di sole riesce ad entrare nelle viuzze, i bambini giocano tranquillamente a pallone nelle piazzette e dalle case arriva il suono delle radio che trasmettono il fado. Sembra surreale, ma è veramente così, anzi abbiamo schivato per un pelo una pallonata :)

Ma cosa abbiamo mangiato? Ecco, a Porto si mangia baccalà in tutte le maniere possibili e immaginabili, anzi temevamo di trovarcelo anche a colazione la mattina.
Nonostante la franchesinha del pranzo, non avevamo ancora ben chiaro come funzionasse la questione cibo. La sera abbiamo ordinato un piatto a testa, più un piatto del giorno da dividere, delle sardine fritte; il cameriere, molto gentilmente, ci ha detto che no, tre piatti non ce li avrebbe portati, erano troppo. Abbastanza perplessi ce ne siamo fatti portare due. E grazie al cielo. Quei due piatti avrebbero sfamato tranquillamente quattro persone; l'ordinazione era per del baccalà al forno e del polipo alla griglia. Ecco, praticamente baccalà e polipo interi, più contorni vari ed eventuali, cibo per un reggimento insomma. Tutto meravigliosamente buono eh, ma veramente tanto.
Vi starete chiedendo...ma tutto quel pesce sarà anche costato tanto, no? No, assolutamente. Con 10 euro a testa si mangia tanto buon pesce, annaffiato da altrettanto buon vino. Ecco forse perché faticavamo a trovare dei posti liberi nei ristoranti. Ovvio che stiamo parlando di locali di fascia media, se poi si va a cercare il ristorante stellato il discorso cambia decisamente ;)


Il giorno successivo abbiamo deciso per una gita sull'oceano, che è a pochi chilometri dal centro città. Ma come ci si arriva? Semplice, con un bellissimo tram d'epoca che scarrozza turisti e non verso il mare. Abituatevi alla loro guida e non fate caso alla velocità con cui percorrono le stradine del centro...sanno cosa fanno e arriverete a destinazione sani e salvi ;)

Il loro mare è l'oceano, da una parte il Portogallo, dall'altra l'America; la costa, è caratterizzata da spiagge che si estendono a perdita d'occhio. Nonostante fosse febbraio il clima era decisamente mite, quindi un sacco di gente a passeggio, surfisti, famiglie in gita...insomma, il bello di avere il mare a portata di tram :)


Prendetevela con assoluta calma e verso il tramonto bevetevi una birra in uno dei tanti baretti in riva alle spiagge: vi godrete uno spettacolo indimenticabile.


Sì, ma il vino che da' il nome alla città? Ovviamente non potevamo fare una visita alle cantine che si trovano di fronte a Porto, che però non nefanno parte, si trovano infatti a Vila Nova De Gaia, un'altra città.
Ci si arriva attraversando il ponte Dom Luìs I, costruito da un allievo di Eiffel; se soffrite di vertigini passate per il piano basso, anche se quello in alto, dove passa anche la metropolitana, regala una vista mozzafiato.
Arrivati dalla parte delle cantine ci siamo messi alla ricerca di quella che ci ispirasse di più. Ah, anche questa sponda del Douro è tutta un sali e scendi, fateci l'abitudine.
Comunque, alla fine arriviamo alle Cantine Croft, che con 5 euro ti fanno fare la visita guidata e l'assaggio di 3 qualità di porto; due prima della visita e una dopo.
Ora...due bicchieri di porto a stomaco vuoto alle quattro del pomeriggio non sono esattamente il massimo, sopratutto perché i loro assaggi corrispondono a dei bicchieri praticamente pieni. Potete immaginare quindi con che lucidità abbiamo seguito la visita. Che comunque è molto interessante, spiega la storia del vino, dove viene prodotto, le diverse qualità e gli accompagnamenti con il cibo. Peccato poi la specie di interrogazione finale prima dell'ultimo bicchiere di porto...non vale stordire prima i visitatori e poi fargli domande sulla visita :D

Usciti dalle cantine avevamo assolutamente bisogno di cibo, ci siamo fermati quindi in uno di quei bar agè che ci piacciono tanto e ordinato qualcosa da sgranocchiare, dimenticandoci la questione porzioni. Quando ce ne siamo ricordati stavano ormai arrivando in tavola due cose enormi, uno una millefoglie strabordante di crema, l'altro una specie di panino, ma fatto con l'impasto delle brioche.
Brioche che non sono quelle di pasta sfoglia, ma quelle, appunto, di impasto brioche. Che ha un colore giallo fluorescente, che ci hanno spiegato, è dovuto alla quantità enorme di tuorli utilizzato; non sono dolcissime, si prestano quindi anche per il salato. Peccato che invece siano enormi, quindi quando te le farciscono ci mettono dentro l'impossibile.

L'ultimo giorno lo abbiamo dedicato a gironzolare per la città senza una meta precisa e ci è saltata finalmente all'occhio una cosa che abbiamo avuto tutto il tempo sotto il naso ma che non avevamo messo ancora a fuoco. Quel qualcosa che, quando è colpito dal sole, fa brillare la città. Ovvero gli azulejos, tipiche piastrelle portoghesi che sono presenti su quasi tutti gli edifici di Porto. Magari anche solo una incastonata in un angolino, ma se si guarda bene c'è :)

Insomma, una gita di un paio di giorni a Porto va assolutamente fatta, sarete catapultati in un'altra realtà e al vostro ritorno a casa capirete il perché abbiamo aperto il post con la parola saudade.
Piccolo consiglio: godetevi il tramonto dal forte che sovrasta il ponte di ferro, dalla parte delle cantine. La vista mozzafiato è resa ancora più incredibile dalla tinta oro che il sole regala alla città.


lunedì 16 marzo 2015

Cake ai Cachi

Perdonateci il gioco di parole.

Ma è stato più forte di noi :)
Questi cachi però da dove escono?
Qualche settimana fa siamo stati al capodanno cinese, nella chinatown milanese. Una fiumana di gente invadeva le vie del quartiere e per evitare la ressa abbiamo fatto delle vie secondarie, scovando un negozietto di alimentari cinesi, per l'appunto, che non avevamo ancora visitato. Ecco, quella era l'occasione giusta.
Tra le mille cose esposte ci è cascato praticamente subito l'occhio sul banco frigo, dove facevano bella mostra dei pacchettini con dentro 5 oggetti non ben identificati; parevano quasi dei pomodori, ma schiacciati sui lati.
Peccato l'etichetta fosse solo scritta in cinese, quindi ci siamo messi alla ricerca di qualcuno che ti potesse svelare il mistero; anche perché non emanavano nessun particolare odore e la consistenza era quella del pongo...poteva essere qualsiasi cosa.
Mistero durato poco comunque, il commesso del negozio ci ha spiegato che erano cachi disidratati, tipici del capodanno cinese...un po' come lo sono per noi datteri, fichi&co. Appena sentita la parola cachi disidratati eravamo già in cassa a pagare; lo sappiamo, siamo facilmente plagiabili quano si tratta di cibi particolari :)
Siccome siamo curiosi peggio delle scimmie, abbiamo voluto capire immediatamente, appena fuori dal negozio, come fossero all'interno, perché all'esterno sono leggermente rugosi, ma malleabili, appunto come una pallina di pongo. L'interno ha invece la consistenza delle caramelle gelatinose alla frutta e sanno, ovviamente, tantissimo di caco, forse troppo; uno intero non riuscivamo a finirlo, decisamente troppo stucchevole.
Quindi che farne? Bhe, ovvio, mescolarlo con altri ingredienti e farci un bel dolce.
Dolce che volevamo fare da qualche tempo, un po' per svuotare la dispensa dall'ultima frutta secca che rimaneva dalle feste, un po' per testare la farina di grano saraceno nei dolci e anche per usare l'olio di cocco, che avevamo preso qualche tempo fa, ma non avevamo ancora avuto l'occasione di adoperare; si usa come un qualsiasi olio vegetale, solo che regala quel sottofondo di aroma di cocco, che rende molto più interessante il tutto.
La farina di grano saraceno l'abbiamo voluta provar al posto della classica farina integrale, per avere un sapore ancora più rustico; l'abbiamo tagliata con della farina 00 e aumentato un poco la dose del lievito, per evitar che in forno il dolce non crescesse.
Il risultato è un'ottima colazione/merenda per gli ultimi giorni d'inverno, da accompagnare con una bella tazza di tè.

Cake ai Cachi
dosi | una teglia rettangolare da 25x15 cm
farina di grano saraceno | 200 gr
farina 00 | 100 gr
uova | 3
zucchero di canna | 200 gr
olio di cocco | 100 gr
latte | 170 ml
cachi disidratati | 300 gr
fichi secchi | 100 gr
mandorle | 100 gr
lievito in polvere | 3 cucchiaini

In una ciotola capiente mescolare le farine, il lievito, lo zucchero, il lievito, le mandorle tritate grossolanamente e i cachi e i fichi tagliati a pezzi di 2 cm circa.
A parte sbattere le uova con l'olio di cocco e il latte; unire poi nella ciotola degli ingredienti secchi e mescolare bene. Imburrare e infarinare lo stampo, versare l'impasto e cuocere in forno caldo a 180° per 50 minuti circa, o fino a che, infilando uno stuzzicadenti nel dolce, non ne esca asciutto.

Il consiglio di Joe Toastino
Questo dolce si presta a un'infinità di varianti; potete usare l'olio si semi al posto di quello di cocco, cambiare il tipo di farina e anche la frutta all'interno. Insomma, sbizzarritevi :)

giovedì 12 marzo 2015

Cous cous di fine inverno

Come al solito in ritardo.

Però siamo ancora in tempo a proporvi questa ricetta, per il calendario è ancora inverno, anche se fuori il sole inizia finalmente a farsi tiepido :)
Questo cous cous lo abbiamo fatto molte volte durante gli scorsi mesi, perché si cucina praticamente da solo; la ricetta che vi lasciamo è il frutto di diversi aggiustamenti della ricetta originale, presa da un ritaglio di rivista inglese, oramai qualche anno fa.
In origine erano previste delle albicocche secche, ma sinceramente ci sembravano troppo, anche perché la zucca e la carota conferiscono al tutto una nota deisamente dolce; abbiamo preferito le uvette, che sì, sono dolci anche loro, ma decisamente meno “ingombranti” al palato.
Anche per quanto riguarda le spezie abbiamo fatto un cambiamento: al posto del curry del peperoncino. Questo non perché non ci piaccia, anzi; ma le spezie erano già abbastanza, senza doverne inserire un'altra...per dare quel tocco di piccante che potesse bilanciare il tutto, abbiamo messo, appunto, un poco di peperoncino, che non aggiunge ulteriori aromi alla miscela.
Questa ricetta poi si presta a molti adattamenti; di base si possono usare tutte le radici/tuberi e simili che si hanno sotto mano...anche del cavolfiore o dei cavoletti di Bruxelles sono ottimi, insomma, sta tutto alla vostra fantasia :)
Anche in questo caso è una ricetta vegana, ve ne eravate accorti? Vi volevamo fare un altro esempio su come si potesse fare questo tipo di cucina senza ingredienti strani. Vi starete chiedendo...ma le proteine? Bhe ci sono i ceci a fornirle, sostituiscono benissimo la carne.
No, non vogliamo convincervi a diventare vegani, siamo solo sempre più convinti che si possa cucinare questo tipo di piatti senza disperare. Anzi, se ci pensate, nelle nostre tradizioni regionali di esempi di cucina senza ingredienti di origine animale ne è pieno. La ribollita toscana ad esempio, verdure e fagioli e qualche buona fetta di pane ad accompagnare, che altro chiedere?
Piccola postilla. Negli ingredienti ci sono le patate, in realtà la ricetta dice di usare delle pastinache. Ecco: se sapete dove recuperarle fatecelo sapere, perché noi non siamo proprio riusciti a trovarle e ora siamo curiosi di usarle in cucina, anche solo per sapere che sapore hanno :D

Cous Cous Speziato
dosi | 4 persone
carote | 2 grandi
scalogni | 8
patate | 2 medie
bastoncini di cannella | 2
zucca | 300 gr
uvetta | 50 gr
ceci in scatola | 200 gr
anice stellato | 4 frutti
alloro | 3 foglie
olio evo | 5 cucchiai
zenzero | ½ cucchiaino
paprika | ¼ cucchiaino
curcuma | ¼ cucchiaino
peperoncino | ¼ cucchiaino
acqua | 350 ml
cous cous | 320 gr
brodo vegetale | 480 ml
sale | qb

Sbucciare carote e patate e tagliarle a pezzi di 2 cm circa; metterle in una teglia da forno assieme agli scalogni pelati, le foglie di alloro, la cannella e l'anice stellato. In un piccolo barattolo mettere quattro cucchiai d'olio, le spezie rimaste, del sale, chiudere con il coperchio e scuotere energicamente; versare sulle verdure, mescolare bene e cuocere in forno caldo a 190° per 15 minuti.
Aggiungere poi la zucca sbucciata, tagliata a pezzi di 2 cm, e continuare la cottura per 35 minuti. Finire mettendo l'uvetta, precedentemente ammollata in acqua tiepida per 20 minuti, i ceci, l'acqua e far cuocere per altri 10 minuti, o fino a che l'acqua non si sarà parzialmente ridotta.
Nel frattempo mettere il cous cous in una ciotola, versarci sopra il brodo bollente e lasciare riposare coperto per 10 minuti; sgranare poi con due frchette e servire accompagnato dalle verdure.

Il consiglio di Joe Toastino
Appena uscite dal forno, spargete sulle verdure delle mandorle appena tostate, aggiungeranno una piacevole parte croccante al piatto.

martedì 10 marzo 2015

Di Pere e Bietole

Avete letto bene.

Pere&bietole. Suona strano strano, come dire cavoli a merenda (anche se a noi non è che dispiacerebbe la cosa eh).
Qualche tempo fa leggemmo una ricetta di una zuppa che tra gli ingredienti, oltre alle verdure, aveva la mela; che poi, a ben pensarci, la zucca o la carota non è che siano così distanti, come dolcezza. Questione di gusti, forse, ma anche di più di abitudini.
Infatti la ricetta arriva dal nord Europa, e si sa che in quei paesi la frutta compare spesso nei piatti salati. Noi abbiamo giusto preso l'idea e abbiamo fatto un tentativo. Della serie, proviamoci, e speriamo che vada bene :D
Non avevamo le mele, e comunque non le avremmo usate, perché ci stava frullando in testa un'idea; cioè utilizzare una pera, che si sarebbe potuta tranquillamente usare come oggetto contundente, visto che non ne voleva sapere di maturare, e un pugno di bietole, avanzate dalla preparazione di una torta salata.
Abbiamo anche aggiunto del cumino, per dare quel retrogusto speziato che sta sempre bene, e delle mandorle, che ci sono servite a rendere il tutto un poco cremoso. Perché non usare della panna o dello yogurt, vi starete chiedendo...è che da qualche tempo stiamo provando a fare delle ricette vegane, senza però diventare matti nella ricerca degli ingredienti.
Ve lo avevamo accennato quando preparammo un dolce per una cena in cui c'erano ospiti vegani; se ci dobbiamo mettere a preparare un piatto sostituendo praticamente tutti gli ingredienti con qualcosa d'altro, che oltretutto non è sempre facilissimo da trovare...bhe, allora tanto vale vale fare altro. Quindi ci siamo messi in testa di provare a fare dei piatti vegani, con quello che abbiamo in dispensa, senza diventare matti a cercare ingredienti strani.
Questa zuppa ne è l'esempio; ingredienti semplicissimi, economici e recuperabili ovunque. Il risultato, però? Ci è veramente piaciuto; la pera rimane in sottofondo, regalando una nota dolciastra, contrastata dall'amarognolo delle bietole. La ricetta che vi lasciamo si presta a diverse interpretazioni e modifiche, sta a voi provare...e non vi vietiamo di metterci dello yogurt o della panna eh, ovviamente non sarà più vegana, ma vegetariana. Che comunque male non fa :)

Zuppa di Pere e Bietole
dosi | 4 persone
pere | 2 medie
bietole | 100 gr
mandorle | 60 gr
semi di cumino | mezzo cucchiaino
olio evo | 2 cucchiai
brodo vegetale | qb
sale&pepe | qb

Tritare lo scalogno e farlo soffriggere in una pentola assieme al cumino; aggiungere poi le mandorle tritate grossolanamente e le pere sbucciate e tagliate a pezzi di circa 1 cm. Lasciare rosolare per un paio di minuti, poi coprire a filo con il brodo caldo.
Quando le pere saranno tenere aggiungere le bietole e mescolare fino a quando saranno appassite; togliere dal fuoco e passare con il frullatore ad immersione. Nel caso la zuppa fosse troppo liquida, rimetterla sul fuoco e lasciare restringere. Regolare di sale e pepe e servire con delle mandorle appena tostate in padella.

Il consiglio di Joe Toastino
Potete sostituire le bietole con un altra verdura a foglia verde, come gli spinaci, il procedimento rimane identico. Se vi piacciono, potete anche usare gli anacardi (non salati) al posto delle mandorle.
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